Neonati tra i più piagnucolosi ci sono i bambini italiani

I risultati di una meta-analisi condotta da un gruppo di ricercatori inglesi dell’Università di Warwick ha stilato una classifica sul pianto dei neonati e tra i più piagnucolosi al mondo ci sono i neonati italiani che si classificano al terzo posto.

In base a questo studio i neonati che piangono sul primo posto del podio ci sono i neonati inglesi che piangono il 28% delle prime settimane di vita, seguono al secondo posto i bebè canadesi e i nostri neonati sono al terzo posto con un 20% di pianti nel corso della giornata per oltre un mese e mezzo. Al contrario piangono di meno i loro coetanei tedeschi, danesi e giapponesi.

Sono diversi i fattori che portano i neonati a piangere, in media nelle prime sei settimane di vita un neonato piange tra i 117 e i 133 minuti al giorno.

Il picco del pianto si registra verso alla sesta settimana con un pianto medio che dura anche più di due ore al giorno. Come sottolineano i ricercatori son dati mesi, ci sono neonati che arrivano a piangere anche cinque ore al girono per la disperazione dei genitori.

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Con il passare della settimane i minuti di pianto scendono intorno ai 68 minuti tra la decima e la dodicesima settimana di vita.

Questi dati sono stati tratti dalla valutazioni di questionari redatti dai genitori di 8.700 bambini, sono “numeri” tratti da una valutazione soggettiva.

Dieter Wolke, uno dei coordinatori di questo studio ha dichiarato: “I neonati sono molto diversi tra loro nel modo di esprimere la propria disperazione. Possiamo avere informazioni utili osservando il contesto di quelli che piangono meno, per capire se intervengano fattori familiari, legati alla vita intrauterina o genetici”.

Tanti i consigli anche per i genitori di come affrontare il pianto dei loro bambini, per prima cosa gli esperti sottolineano che il pianto non sempre è legato al dolore e consigliano di non andare nel panico e cercare di individuare se è un pianto del quale preoccuparsi o poter stare tranquilli.

Il dottor Andrea Dotta, responsabile del reparto di Terapia intensiva neonatale dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, ha chiarito alcuni punti: “Nelle prime settimane di vita è un modo per comunicare, anche la fame o il sonno, non necessariamente una condizione di disagio o sofferenza. Inoltre la definizione di “pianto inconsolabile” è soggettiva, quello che vede un genitore può essere diverso da quello che vede un medico. Può esserci un aspetto psicologico-culturale: il fatto che i neonati italiani piangono di più può derivare dal fatto che siamo genitori più “attenti” ai loro bisogni, a volte magari anche troppo” ed ha aggiunto: “I genitori devono imparare a conoscere il proprio bambino e può essere utile tenere presenti alcune semplici regole. Il pianto legato alla colica gassosa o al reflusso gastroesofageo insorge in modo improvviso e si associa a una flessione delle gambe o un inarcamento della schiena, diminuendo d’intensità man mano. Il pianto da colica tipicamente avviene nel tardo pomeriggio, mentre quello da reflusso dopo ogni pasto. Difficile dire a che età si risolvono questi disturbi che sono comunque, è bene sottolinearlo, fisiologici. Diverso il pianto legato ai bisogni essenziali: teniamo presente che il neonato singhiozza appena inizia ad avere fame o sonno, non quando è allo stremo”.

Sempre il dr. Dotta chiarisce quali “pianti” debbono essere monitorati con un’attenzione maggiore. Un pianto che può creare qualche preoccupazione è quello “acuto ed interrotto” e sarebbe preferibile rivolgersi a un pediatra se il “bambino tende a cambiare colorito” o è “freddo al tatto”.

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