Keplero scopre ben 44 esopianeti

Keplero scopre ben 44 esopianeti

Keplero, il telescopio spaziale, scopre ben 44 esopianeti.

C’è altra vita nell’universo? Vita aliena? Molto probabilmente sì. Se pensiamo che solamente nella nostra galassia ci sono centinaia di miliardi di stelle e nell’universo di galassie ce ne sono circa altrettante, avremo un’idea di massima di quante stelle ci siano nell’universo stesso.

Intorno a molte stelle ruotano dei pianeti, alcuni dei quali potrebbero trovarsi in una condizione ottimale per ospitare la vita. Il problema principale è che, se anche vi fossero milioni o miliardi di pianeti che ospitano la vita, la stragrande maggioranza di essi è così lontana, che raggiungerli, o farci raggiungere, al momento è pressoché impossibile.

Il limite massimo di velocità raggiungibile, come noto, è la velocità della luce, che è di trecentomila chilometri al secondo. Viaggiando alla velocità della luce, solo per spostarci in un’altra galassia, anche se vicina, ci impiegheremmo milioni di anni. A meno di utilizzare strumenti al momento più fantascientifici che avveniristici, come il celebre teletrasporto di Star Trek. Ma siamo nel campo del possibile, o se volete, dell’impossibile. Per ora sappiamo che il limite della velocità della luce è invalicabile.

Comunque la ricerca continua assiduamente, e pressoché ogni giorno vengono scoperti nuovi esopianeti, cioè pianeti che si trovano al di fuori del Sistema Solare. Come facciamo a scoprirli? Ma con potenti telescopi, ovviamente; meglio ancora se posti all’esterno dell’atmosfera terrestre, dove la chiarezza delle immagini riprese è pressoché assoluta, aliena dalle turbolenze dell’atmosfera stessa.

Ebbene uno di questi telescopi spaziali, il famoso Keplero, è riuscito ultimamente, praticamente in un sol colpo, a individuare addirittura 44 esopianeti, fra i quali almeno 18 appartengono a sistemi planetari. La scoperta è stata fatta da una squadra di ricercatori coordinata da John Livingstone, dell’Università di Tokio. Della squadra fanno parte anche Davide Gandolfi e Oscar Barragan, dell’Università di Torino.

I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale The Astronomical Journal. Keplero fu lanciato nel 2009 con un compito abbastanza limitato, tant’è che si pensava che la missione dovesse durare circa tre anni. Keplero invece sta ancora là, e continua a raccogliere dati, nonostante la fine della missione sembra sia ormai prossima. Davide Gandolfi, a Media Inaf, ha spiegato: I pianeti che abbiamo scoperto hanno raggi compresi fra 1 e 3 raggi terrestri e orbitano attorno a stelle di tipo spettrale F, G, K e M. Quattro di questi oggetti appartengono alla categoria dei cosiddetti ultra-short period planets, pianeti con periodi orbitali più corti di un giorno.

 

In altre parole, un anno su ciascuno di quei pianeti, è più breve di un giorno qui sulla Terra. Ed è stato gratificante confermare la natura di un numero elevato di piccoli pianeti: 16 appartengono alla stessa classe di dimensione della Terra, e uno in particolare si è rivelato estremamente piccolo, delle dimensioni di Venere. Un bel risultato, vicino al limite di ciò che è possibile osservare.

Le scoperte sono possibili grazie all’utilizzo di una tecnica che si chiama interferometria a macchie. Ma i dati raccolti vengono anche confrontati con quelli presi nell’ambito di altre due missioni tramite il telescopio K2 della Nasa e tramite il telescopio Gaia dell’Esa. I ricercatori sono in grado di determinare con una certa precisione, oltre l’esistenza dei pianeti stessi, anche le loro dimensioni e la loro temperatura.

Affinché un pianeta presenti condizioni favorevoli per lo sviluppo della vita, ovviamente deve essere simile alla nostra Terra, anche se non identico. Deve avere cioè una certa temperatura media, deve possedere un’atmosfera e deve avere nel proprio seno l’acqua. Dove c’è acqua c’è vita, si sa. Ma questi sono i parametri per la vita sulla Terra. E se la vita nel resto dell’universo fosse tutta un’altra cosa? Se i parametri fossero diversi? Ai posteri l’ardua sentenza.

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